Low Ground Pressure

Tomas nel Box

Luca Tomassini, in arte Tomas, si impone non come semplice artefice di immagini, ma come un costruttore di universi. La sua ricerca artistica si situa in una faglia temporale dove il passato ancestrale collide con un futuro prossimo, elevando l’umanità a una dimensione mitica attraverso una narrazione che trascende la cronaca per farsi rito. Nato ad Asti nel 1970 e formatosi a Macerata, Tomas ha eletto San Ginesio a proprio centro gravitazionale, trasformando lo studio in un laboratorio di immaginazione evocativa. Qui, la pittura non descrive, ma evoca ambienti onirici popolati da miti e allegorie reinterpretati in chiave post-contemporanea. La sua missione è chiara: costruire portali visivi che traducano l’eredità dell’uomo in metafore invisibili. Eppure, questa tensione verso l’etereo trova un contrappunto brutale nella sua stessa presenza fisica, mediata da un oggetto che è al contempo scudo e manifesto: il suo cappotto.

L’Abito del Fare: Il Cappotto come Reliquia e Cantiere Creativo
Il cappotto di Tomas non appartiene al regno della moda, ma a quello dell’ontologia. Superando l’equivoco di chi vi scorge un ricercato “look parigino”, l’indumento si rivela come una divisa da lavoro intrisa di sangue e fatica. È una reliquia familiare, appartenuta al nonno; non un accessorio estetico, dunque, ma una forza vitale indossata sulla pelle. Questo capo è diventato una tela secondaria, un cantiere dove l’artista “pizzica le dita sorde e sporche”, testimoniando un processo creativo che è resistenza fisica e sofferenza. Indossarlo significa entrare in uno stato di lotta: “stendo pennelli di dolore” e “intingo chiodi nel castigo e nella tigna”, descrivendo un atto pittorico che consuma il corpo. Tra le macchie di colla, olio e “urla” stratificate sul tessuto, il cappotto annulla la distanza tra vita vissuta e opera, preparando il terreno biologico per la nascita della sua innovazione tecnica: il Paintollage.

La Metodologia “Paintollage” e il Rigore del Ritratto
Il “Paintollage” rappresenta il marchio di fabbrica di Tomas, un neologismo che fonde pittura e collage in un’unica necessità espressiva. Non si tratta di un mero accostamento di materiali, ma di un atto di recupero dell’archè (il principio primo) attraverso l’accumulo e la stratificazione. In questa metodologia, il gesto di incollare e sovrapporre serve a “tentare l’oltre”, sfidando la bidimensionalità della tela. A questo vigore materico, fatto di urla e colla, si contrappone la “dovizia maniacale” dei particolari. Qui, l’artista opera con tempi senza orologi, rendendo i volti più veri del vero, ma circondandoli di archetipi che fluttuano dal Medioevo al Novecento. È un equilibrio precario e affascinante tra la precisione chirurgica della linea e la visceralità del recupero materico, una densità simbolica che trova naturale espansione verso i linguaggi digitali.

L’Atto di Resistenza e il Senso nel Caos
La sua pittura è un atto di resistenza vitale che produce “note positive” per arginare il caos esistenziale, trasformando le fughe di cemento del Novecento in visioni di speranza. Ogni macchia sul suo cappotto, ogni chiodo intinto nel castigo, concorre a un disegno superiore di ordine e bellezza. In questo scenario di “visioni fugaci”, Tomas ci invita a guardare oltre la superficie: se il suo cappotto è il manifesto di una vita dedicata alla materia, resta a noi l’interrogativo finale sulla nostra eredità. Quale storia sta raccontando, in questo istante, la nostra tela personale?

“Qui si respira arte a partire dall’abito. Tu che osservandomi mi chiedi di chiudere il mio cappotto in una teca espositiva. E tu, invece, mi chiedi se sia questo un soprabito parigino. Tu, ancora un altro, te ne complimenti pensando sia un ‘look’!
Ecco, ti rispondo che indosso sangue e giubbotto che erano di mio nonno, lui non era a Parigi, ma molto molto lontano come Australia e non per piacere a chicchessia. Lì era una terra.
Questo era suo. Quest’altro era di un altro, forse.
L’allacciatura qua è a sinistra.
Ora io ci lavoro e l’ho sporcato di colla, bricolage, olio, urla e anche di qualche colore. Ci pizzico le dita sorde e sporche, sbatto porte, diluisco forze e stendo pennelli di dolore. Intingo chiodi nel castigo e nella tigna.
Strizzo l’occhio, a volte lo faccio, e cammino passi perpetui e zoppi.
Offro una forma alla collera e all’ego che dà vita alla divinità delle cose finite.
Poi le ammasso e le riverso in cantina.
Giro privo di pennello, ritaglio archè dove tu vedi solo bestie sporche. Richiamo miti e cavalieri in una distesa di deserto.
Novecento e fughe di cemento. Sono saghe, sogni e, diciamocelo, sono visioni fugaci.
Qui nessuno si diverte, se non le crepe che si aprono nelle tele nere e distendono occhi ai maestri della pittura. Uso simboli, chi li vede e chi no. Io sì.
Però ci metto del tuo, non sono astratto, richiamo paesaggi e personaggi, sono uno che accumula e tenta l’oltre e la misura di risa lontane e paesi di parole stereotipate.
Uso il senno del poi.
Ecco questo io ci vedo, ma più che un outfit di un tintore è un rossore di vita nata e qualche dita di colore”.

Giuliana Guazzaroni

Tomas in the Box
Tomas
Franco Nardi and Andrea Galdo
2026-02-28
2026-03-21
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Giuliana Guazzaroni